january 2011

Back

Dario Ghibaudo

Ghibaudo and the Museum of Innatural History

Tutto il lavoro di Dario Ghibaudo, che prosegue ormai da diversi decenni con grande coerenza, ma altrettanta libertà di invenzione, è racchiuso in un capiente contenitore tematico che l’artista ha denominato, malrauxianamente, "Museo di Storia Innaturale": l’arte, s’intende, non è la natura anche se potrebbe assomigliarle, e l’artista non è il Demiurgo, benché alle volte possa capitargli di essere chiamato, proprio come al parrucchiere,  "uno che crea". 
 
D’altra parte non è tanto sul ruolo dell’artista che Ghibaudo riflette quanto sulla strutturale innaturalità della cultura, soprattutto di quella artistica. Partendo, ovviamente, da "Ceci ç’est pas  un pipe", con l’aggiunta di un generoso pizzico d’ironia e un’immensa dose di perizia tecnica (capacità di cura delle cose) Ghibaudo procede a infliggere una serie di piccole ma decisive variazioni alla naturalità apparente delle cose o dei simboli, o delle tradizioni, specie delle più "care" alla gente, stravolgendone completamente il significato.  Così il suo "Siamo dei" (Museo di Storia Innaturale Sala XII, Etnologia) interpreta l’iconografia tradizionale della Crocefissione elidendo semplicemente (!) la Croce e qualunque segno di dolore e allontanando così da questo bel corpo, il cui volto abbandonato presenta dei tratti dolcemente negroidi, una qualsiasi possibilità di offrire risposta in merito a se stesso e al proprio, urgente, "senso". 
 
Nello stesso modo, i suoi recentissimi "tappeti" (in realtà si chiama "I Peccati capitali sono otto" - Museo di Storia Innaturale, Sala XV, Antropologia Culturale) non solo tali, benché lo sembrino, bensì sono (in)-fedelissime imitazioni, tanto nella scelta della tecnica  e del materiale  quanto nei motivi: al centro della cella virtuale della preghiera islamica, per cui questi oggetti sembrano fatti, campeggia infatti una rappresentazione simbolica dei peccati capitali localizzati, come le facoltà, in una specifica zona del cervello. 
 
Siamo o non siamo scienziati? Se c’è un settore per il linguaggio perché non dovrebbe essercene uno per la lussuria? Copie fedelissime, questi oggetti sono in realtà ibridi perversi (cioè che per-vertono, "fanno girare attraverso") che mescolano carte e tradizioni religiose, come Islam e  Cristianesimo, per insinuare alla fine una grottesca, però attuale, spiegazione deterministica, che promette, e non mantiene, una bella redenzione generale, una specie di "condono" buono per tutte le confessioni, ma naturalmente non per tutte le borse.
 
Traditio in latino vuol dire tradizione ma anche tradimento. Un tradimento inevitabile, che si annida in ogni tradizione, compresa quella filogenetica: non a caso anche gli splendidi animali che Ghibaudo ha realizzato negli anni e che costituiscono parte importante del suo Museo, sono degni eredi di quei pittoreschi mostri, creature fiabesche di cui i monaci medioevali riempivano generosamente i loro bestiari e i loro codici, ma soprattutto sono non animali bensì sofisticati simulacri che interrogano l’abitudine, il pregiudizio, le certezze, persino la percezione "standard". E ricominciare, forse, a interrogarsi.
Martina Corgnati