february 2012

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Paolo Leonardo

Dall'empatia di Barthes
alla dismisura di Camus
 
DIALOGO CON PAOLO LEONARDO, di Alessandro Demma
 
Sin dai tuoi esordi nel 1994 hai analizzato l’essenza e l’esistenza dell’immagine, la presenza consacrata del già visibile, l’infinita riproducibilità della visione e della rappresentazione, riuscendo a scardinare e ricodificare un mondo, un sistema, quello della società dell’immagine diffusa, attraverso l’intervento pittorico, l’interferenza fisico-mentale della tua azione. Da dove nasce questa tua necessità di intervenire nell’immenso archivio della "riproducibilità tecnica"?
La mia prima esperienza artistica di rilievo è stata un intervento urbano del 1994. Non sopportavo che l'orizzonte della mia città fosse invaso da immagini pubblicitarie, da questi volti e corpi che rappresentavano l'uomo, ma allo stesso tempo lo banalizzavano stereotipandolo e riducendolo a merce. Una notte ho strappato due grandi manifesti un volto di uomo e uno di donna e, dopo averli modificati con un intervento pittorico, di stile espressionista, li ho ricollocati abusivamente negli espositori stradali pubblicitari.
Dal 1994 al 2002 ho fatto numerosi interventi urbani a Torino, Milano, Nizza, Bruxelles, Parigi. L'intento dei miei interventi pittorici era quello di rimettere al centro la rappresentazione dell'uomo e del corpo attingendo all'immenso archivio delle immagini pubblicitarie che, in qualche modo, avevano e hanno la forza di rappresentare l'uomo nella società contemporanea con i suoi stereotipi, le sue miserie, con i suoi vuoti.
Il procedimento del mio lavoro è suggerito da Roland Barthes ne "La camera chiara", dove si ricerca nell'osservazione delle fotografie un rapporto empatico, uno studio emotivo; in esse vedo un potenziale di senso e in alcune anche una sorta di potere magico, ed è attraverso l'intervento pittorico che instauro un dialogo con queste immagini. 
Sono stato molto attratto dall'iconografia femminile, tema fondamentale nella storia dell’arte.
Dal 2002 mi sono concentrato sulle immagini pubblicitarie di moda. Riappropriandomi di questi "corpi", li riporto sul territorio della pittura, per riflettere sulla rappresentazione della donna e dell’uomo nell'immaginario pubblicitario, cercando di riattualizzare una pittura dove l'umano è essenza e motivo di indagine.
 
Catturando le figure dall’immenso museo dell’immagine globale (la fotografia, il cinema, le riviste, i libri, etc.) e intervenendo con il colore, costruisci foucaultianamente il tuo archivio personale come un luogo mai concluso di un "processo" alle immagini, come spazio, teorico e fisico, in cui i documenti possono acquistare nuovo significato, nuova voce e nuova attualità, in cui possono diventare, finalmente, monumenti. Come avviene questo processo?
Appropriandomi dell'immenso archivio d’immagini fotografiche della contemporaneità in qualche modo attraverso l'intervento le porto su un mio territorio quello della pittura, della visionarietà, in un certo senso le salvo dall'oblio, consegnandole alla durata.
Per esempio quando vado in giro nei mercati d'antiquariato per terra trovo uno straordinario archivio di immagini di fotografi anonimi, guardo tutte queste foto ma solo alcune mi colpiscono. Secondo me s’inizia a reinterpretare un’immagine dal momento in cui si entra in empatia con essa, isolandola, ed è attraverso il filtro della pittura che le foto vengono definitivamente investite dalle mie emozioni. In ogni mio lavoro c'è una messa in crisi dell'immagine fotografica, ci sono delle linee di fuga che la allontanano dalla realtà oggettiva dell'immagine.
Per esempio i lavori in rosso e in nero nascono da un gioco che facevo da bambino, quando usavo la carta delle caramelle Rossana, una pellicola trasparente di plastica rossa, che mettevo davanti agli occhi per vedervi attraverso. Guardando attraverso questa pellicola, infatti, si trasfigurava la visione del mondo, era come essere in un sogno. Nel 2005 insieme al regista Daniele Gaglianone abbiamo realizzato un cortometraggio di trenta minuti ispirato ai miei lavori pittorici in rosso e nero. Abbiamo girato scene di una metropoli dipingendo di rosso la visione, utilizzando le musiche di Massimo Miride. Il risultato è stato un viaggio visionario, onirico, un allontanamento dalla realtà oggettiva.
 
I tuoi lavori nascono da riflessioni sulla storia, la filosofia, la letteratura, il cinema. Quali sono gli autori che hanno segnato in modo significativo il tuo pensiero e il tuo agire nell’arte?
Gli autori che più hanno influito sul mio lavoro sono tanti, ma quelli che ho più approfondito sono: Guy Debord, Michel Foucault, Gilles Deleuze, Albert Camus, Louis-Ferdinand Céline, George Bataille e Carl Gustav Jung.
 
Nell’opera Adolfo, presentata nell’esposizione permanente Dalla cella all’atelier alla Castiglia di Saluzzo, hai lavorato sulla figura di Hitler. Perché questa scelta?
Ho lavorato su un’icona che rappresenta il male assoluto semplicemente per parlare dell’uomo e della nostra attuale condizione sociale, culturale, politica ed economica.
Ho focalizzato l'attenzione sul concetto di dismisura di Camus citando una sua frase, per dire che la nostra democrazia è un sistema imperfetto e la crisi economica che ci sta attraversando può far riemergere (come già sta succedendo in diversi episodi di cronaca), negli strati più poveri della società, un odio verso le minoranze (capro espiatorio di tutti i mali). In Italia, infatti, è visibile una forte ripresa di movimenti neofascisti, nazionalisti, secessionisti, negazionisti, che lavorano dal basso per seminare odio sociale. Adolfo è, quindi, una riflessione sul passato che sempre più si fa presente.